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LA MODA AL TEMPO DEL BRONZINO

Il Bronzino è l’artista che meglio di ogni altro riesce a rendere nei suoi ritratti lo splendore che la moda raggiunse durante il Rinascimento. In questo periodo di grande fulgore artistico, infatti, anche la moda evidenziò il gusto per il bello fino ad accentuare eccessivamente il lusso. Per contenere gli sfarzi esagerati  si giunse al punto di dover emanare delle leggi. Nacquero così delle disposizioni che regolavano l’altezza del cappello a cono, che non poteva superare una certa misura, definita dal grado di importanza di chi lo indossava. Altre norme fissavano la lunghezza dello strascico, che raggiungeva tali misure da dover essere sorretto da paggi per permettere alle dame di camminare e che era ampiamente criticato anche dai vescovi, se è vero, come pare, che durante una funzione religiosa un pedicatore sentenziò: “ Se le donne avessero avuto bisogno della coda, Iddio l’avrebbe provveduta loro”.  E non meno sovrabbondanti, sproporzionati erano i colli degli abiti, che avevano  dimensioni  tali da costringere ad allungare i manici dei cucchiai per consentire ai commensali di mangiare senza difficoltà durante i banchetti. La passione per la moda, il desiderio di essere informati sulle novità fece nascere i primi “giornali di moda”. Erano fogli che illustravano con disegni le novità del costume e dei tessuti. E’ interessante ricordare che un figurinista famoso fu Cesare Vecellio, figlio di un  cugino del padre di Tiziano, autore di libri di grande successo che presentavano gli abiti più attuali, come “Degli habiti antichi e moderni di diverse parti del mondo”  o le nuove tendenze del ricamo, come “Corona delle nobili e virtuose dame”.  Una moda così sontuosa richiedeva tessuti di alto pregio, come si può vedere nei bellissimi ritratti del Bronzino. Velluti, damaschi si alternavano a sete preziose e broccati e s’impreziosivano con applicazioni di pizzi e gioielli.  Particolarmente pregiati erano  i prodotti dei tessutai  milanesi, ammirati e richiesti anche nelle corti d’oltralpe. Se tanto splendore caratterizzava gli abiti delle dame, non meno eleganti ed elaborati erano quelli dei cavalieri. La storia ricorda come furono attenti ai dictat della moda anche due grandi condottieri ,  Ludovico il Moro e Federico da Montefeltro.Il  capo più importante per gli uomini era l’armatura. Mentre le donne si adornavano di gioielli, ghirlande,collane e cappelli, gli uomini esaltavano la loro vanità nelle armature, che  erano modellate direttamente sul corpo di chi le avrebbe indossate. Composte da vari pezzi collegati fra loro, avevano, talvolta, delle decorazioni fantasiose che le personalizzavano. Anche in questa particolare attività primeggiavano gli armaiuoli di Milano. Nel 1525 arrivò in Italia l’influenza della moda spagnola ed i gentiluomini di corte iniziarono ad indossare le calze-brache colorate, i sorcotti, sopravvesti di stoffa preziosa sulle quali si affibbiava la cintura della spada, e a completare il loro abbigliamento con maniche  vistose. Anche nella moda femminile le maniche occuparono un posto preminente. Molto larghe, con bordi di pelliccia, avevano tagli orizzontali da cui usciva la camicia ed erano attaccate al corpetto con cordoncini- Staccate dall’abito, si abbinavano alla veste secondo le necessità, trasformando, quindi, completamente il vestito. A proposito delle maniche la storia ci ha tramandato un curioso episodio che riguarda Isabella di Castiglia. La famosa regina di Spagna,fautrice della spedizione di Cristoforo Colombo, è passata alla storia anche per un motivo più banale, cioè per il colore giallastro, detto appunto Isabella,che avevano le maniche della sua camicia e la camicia stessa, perché indossate troppo a lungo, senza mai essere lavate .L’igiene non era certo molto praticata in quei secoli, anche se alcune dame usavano già rasare le sopracciglia, tingere gli occhi e profumarsi con acqua di papavero, infuso d’edera, olio rosato e canfora.  Nel  Rinascimento fecero  la loro comparsa anche “accessori” che noi oggi consideriamo indispensabili . All’inizio del XV sec. si cominciò ad usare i bottoni, fino a quel momento rigidamente esclusi da abiti e camicie perché considerati simbolo di vita troppo libera, quasi scostumata. Iniziò anche l’uso della biancheria intima. Intorno alla metà del ‘500 le dame cominciarono ad indossare le mutandine, fino ad allora considerate un indumento  solo per  donne di facili costumi. Il diffondersi  della  biancheria intima fu molto favorito da Caterina de’ Medici,moglie del duca Ferdinando Gonzaga. In quegli anni tornò di moda anche il fazzoletto, prima riservato solo ai nobili, poi diventato di uso comune. E per custodire il fazzoletto si cominciò ad usare le borsette, realizzate in tessuti sontuosi con ricami di pietre preziose. Un altro accessorio considerato indispensabile all’eleganza femminile fu la giarrettiera. Il ricordo dell’uso della giarrettiera è legato ad un episodio faceto avvenuto nel XIII sec.  alla corte d’Inghilterra, dove ancora oggi esiste  l’”Ordine della Giarrettiera”, una delle più ambite onorificenze inglesi.  Si racconta che  durante un ballo a corte la contessa di Salisbury perdette una giarrettiera, che fu cavallerescamente raccolta da re Enrico III, il quale al disagio della contessa e alle occhiate ammiccanti degli ospiti rispose con la famosa frase: “Honni soit qui mal y pense”. Nacque così l’Ordine della Giarrettiera.  Il Rinascimento fu certo un periodo di grande evoluzione, non solo nella moda, come abbiamo visto. Fu il momento della diffusione della cultura, delle arti, fu il momento della riscoperta del gusto per il bello.

(Pierangela Chiesa)

BRONZINO E LA SQUISITA CONTRADDIZIONE DI ANTONIO PAOLUCCI

Settanta opere, l'ottanta per cento della produzione pittorica di Agnolo di Cosimo di Mariano detto il Bronzino, nato a Firenze nel 1503 e morto nel 1572; tante ne ospita in questi giorni e fino all'11 gennaio 2011 Palazzo Strozzi. Insieme a"Caravaggio" alle Scuderie del Quirinale, l'evento espositivo fiorentino è il più importante e il più atteso dell'anno. 
Voluta e ideata dalla soprintendente al Polo museale fiorentino Cristina Acidini, curata da Antonio Natali da Carlo Falciani, la mostra è la prima, grande e pressoché completa monografica dedicata all'artista. Un uomo che fu anche poeta di non trascurabili doti e intellettuale protagonista dell'Accademia delle arti del disegno fondata nel 1563 da Giorgio Vasari sotto gli auspici del vecchissimo Michelangelo. Un uomo che fu, soprattutto, il pittore di casa Medici, il ritrattista ufficiale della famiglia sovrana e della élite fiorentina e italiana del secolo. 
Esaminiamo da vicino e per tutti quello che può essere considerato il capolavoro assoluto nell'opera del Bronzino, al punto di essere stato scelto, nel manifesto e in copertina di catalogo, quale icona della mostra. Mi riferisco al notissimo dipinto degli Uffizi raffigurante la duchessa Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni. 
Siamo nel 1545. La sovrana si presente a noi nello splendore dei suoi trentatré anni. Con la mano destra stringe a sé il piccolo Giovanni che a questa data ha due anni. Bronzino lo aveva ritratto un anno prima, in un dipinto quasi altrettanto celebre, in vestina rossa mentre ride felice scoprendo i dentini da latte e stringendo in mano un uccellino. Adesso no. Questo è un ritratto di parata e il principino, consapevole del suo ruolo, ha assunto una posa conveniente all'occasione e al rango. 
Nella rappresentazione delle cose inanimate il pittore esibisce un talento mimetico che ha del prodigioso. Ogni dettaglio del sontuoso abito della duchessa è descritto con presanaturalistica totale. È una pittura di "valori" che produce in chi guarda una specie di trasposizione tattile. Nel senso che sembra di poter toccare la serica lucentezza del raso grigio, il soffice rilievo dei decori in velluto nero, lo splendore opaco delle perle, la qualità, lo spessore, il peso dei gioielli. 
Tutte queste cose (il vestito, il raso, il velluto, i gioielli, l'oro e le perle) "sono" il ritratto, perché servono a connotare il ruolo e il rango ma non si sovrappongono e non annullano l'identità spirituale della persona rappresentata. 
Eleonora è duchessa di Toscana e in quanto tale chiede di essere messa in figura nella assoluta, quasi didattica evidenza del suo ruolo di sovrana. Ma Eleonora è anche la donna bella, saggia, innamorata del marito e dal marito riamata, la madre tenera e affettuosa di cui parlano le cronache:  "Ebbe questa serenissima Signora, l'andar grave, lo star riverendo, il parlar dolce, pieno di sapere, la faccia chiara, la vista angelica e tutte le altre bellezze che si leggono essere state nelle più celebri donne" (Cristoforo Bronzini). 
Pur nel protocollare rigore del ritratto di stato il carattere della donna, così come emerge dalle parole del cronista contemporaneo, resta l'elemento dominante e subito riconoscibile. Né sfugge al pittore, quando dipinge il piccolo Giovanni, l'aspetto buffo che hanno sempre i bambini, anche i figli delle Serenissime Signorie, quando sono costretti ad assumere le pose dei grandi. 
Sfila davanti a noi, nelle sale di Palazzo Strozzi, la superba antologia dei ritratti del Bronzino. Accanto a Eleonora con il figlio Giovanni, ecco il marito Cosimo che nella lucente corazza cesellata come una oreficeria intende sottolineare, col "mestiere delle armi", la discendenza dal padre, l'eroico Giovanni dalle Bande Nere. Ecco il volto vivido e assorto della piccola Bia, figlia illegittima del duca, morta bambina nel 1542. Ecco Francesco che, con la sua aria intelligente e malinconica di ragazzino introverso, sembra già prefigurare la nevrosi esistenziale del futuro granduca. 
Accanto ai ritratti medicei si susseguono quelli dei personaggi eminenti della società di allora. Fra gli altri Lucrezia Panciatichi bella algida e inattingibile, Stefano Colonna comandante delle armate granducali, Andrea Doria, signore del mare e padrone di flotte da traffico e da guerra, in figura di Nettuno. E poi ancora le immagini supremamente snob della poetessa Laura Battiferri, delGiovane con liuto, del Giovane con libro, del banchiere Bandini, dell'architetto Luca Martini, di Guidobaldo della Rovere, splendido nell'armatura milanese di gran prezzo rappresentato in atto di accarezzare la testa del preferito fra i suoi levrieri. 
Di fronte ai ritratti esposti in Palazzo Strozzi (mai più capiterà di incontrarne tanti e tutti insieme) il visitatore capirà il senso della squisita "contraddizione" che è carattere distintivo della stagione artistica dai manuali chiamata manierismo e di Agnolo Bronzino in particolare. 
Il ritratto, per Bronzino, è cifra, emblema, codice simbolico. Deve dare immagine alla singola persona ma anche significarne il ruolo e il rango. Per questo, nell'Europa dell'assolutismo e della Riforma cattolica il modello Bronzino è così importante. In varia misura e con molteplici declinazioni si ispirarono ai suoi prototipi i ritrattisti cosiddetti "internazionali". Alonso Sanchez Coello in Spagna, Bartholomaeus Spranger in Boemia, Frans Pourbus il Giovane a Mantova, Francois Clouet a Parigi, Hans van Haacken in Baviera, Scipione Pulzone a Roma. Fino alla geniale sintesi di italianismo e fiamminghismo rappresentata da Antonio Moro, il più grande di tutti. 
Ma in Bronzino (lo aveva notato per primo Roberto Longhi) c'è anche una attenzione acuta al vero, al vero naturale come a quello emotivo e psicologico. Lo notiamo nei dipinti di carattere mitologico ed erotico pervasi di morbose inquietudini (indimenticabile la Venere con satiro di Casa Colonna), lo notiamo nella grande pittura sacra spesso ingiustamente trascurata:  gli affreschi della Cappella di Eleonora in Palazzo Vecchio, il mirabile Compianto sul Cristo morto degli Uffizi, la Discesa al Limbo di Santa Croce, la Resurrezione della Santissima Annunziata. 
Ha ragione Claudio Strinati quando scrive che nel Bronzino "un'idea astratta e remota delle cose si sovrappone a un sentimento vivo e palpitante della realtà". A ben guardare questa è la contraddizione (o piuttosto il paradosso) sul quale riposa la storia dell'arte moderna.

(©L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2010)

UN NUOVO CONSIGLIO E UN NUOVO SITO PER KALLISTEARTE

Carissimi soci di KallisteArte,
come sapete, in occasione dell’Assemblea ordinaria, tenutasi il 13 aprile scorso, è stato eletto il nuovo Consiglio Direttivo del quale sono entrati a far parte due nuovi consiglieri nelle persone di Gilberto Arnaboldi e Enea Fochesato, che vi scrive.
I nuovi componenti vanno ad aggiungersi alle nostre care Gabriella Sala, Pierangela Chiesa e Chiara Leoni, fresche di riconferma.
Nella stessa occasione, Maria Dolores Sovardi è stata eletta come Revisore Unico dei Conti. Il nuovo Consiglio mi ha poi onorato della carica di presidente.

Con tale impegnativo ruolo, spero di dare il mio piccolo contributo allo sviluppo della nostra amata Associazione, affinchè quest’ultima acquisti ancora maggior lustro e visibilità nel mondo dell’Arte e del Bello, senza tralasciare – ovviamente – le nostre iniziative legate al sociale.

Un grazie va poi a Carlo Alberto Garioni, che mi ha preceduto in tale delicato e oneroso incarico.

E’ superfluo affermare che per svolgere al meglio il mio compito, conto sull’appoggio del Consiglio Direttivo ed il contributo di idee di tutti i soci e – ovviamente – del nostro vulcanico ed ineffabile Direttore Artistico, Giovanni Morale.

Approfitto per segnalarvi un’ importante novità, rappresentata dal nostro nuovo sitowww.kallistearte.org, che è stato riformulato nella forma grafica e in parte nei contenuti, dagli amici della MediaBeta di Palazzolo Acreide. Abbiamo deciso di affidarci a loro che vivono in Sicilia, anche per abbracciare idealmente tutta la nostra penisola e avere maggiori contatti con la Sicilia, terra intrisa di storia, arte e cultura.

Vi invito pertanto, a visitare e ad utilizzare il nostro sito web anche per i vostri – sempre graditi – suggerimenti, oltre ad invitare i vostri amici ad iscriversi anche a “KallisteArte su Facebook”, dal nostro sito o direttamente dal sito web del notissimo social network.

Anche quest’anno, infine, confidiamo sulla vostra generosità, attraverso la destinazione della quota del cinque per mille delle imposte a KallisteArte.

Con l’auspicio che la buona armonia, la coesione e la grande energia sprigionata da KallisteArte riesca a generare grandi progetti, vi saluto calorosamente e vi aspetto alle nostre prossime iniziative!

Enea Fochesato
Presidente di KallisteArte Onlus
enea.fochesato@kallistearte.org

maggio 2010

 

MA LA GIOCONDA E’ VERAMENTE DI LEONARDO?

Pierangela Chiesa

Sembra una domanda paradossale e, per quanto riguarda il capolavoro di Leonardo, lo è davvero. Ma per molte altre opere non è così. Lo hanno accertato i conservatori della National Gallery di Londra che, per rivelare al grande pubblico i misteri che spesso nascondono i dipinti più famosi, hanno organizzato  la mostra “Osservati da vicino. Falsi, errori e scoperte”, che si aprirà il 30 giugno prossimo (fino al 12 settembre) alla National Gallery. La mostra vuole dimostrare come,grazie ai moderni metodi scientifici quali  le analisi a raggi infrarossi, la radiografia, la microscopia elettronica e la spettrometria di massa, si è potuto far luce su misteriose vicende che hanno coinvolto 40 quadri famosi esposti nel Museo londinese. Un “Ritratto di gruppo”, ad esempio, ritenuto un autentico del XV sec. si è rivelato opera di un falsario del XX sec. grazie ad un’analisi che ha rivelato la presenza di pigmenti che non esistevano prima del XIX sec. Allo stesso modo si è scoperto che nel ‘700 è stato alterato il “Ritratto di Alexander Mornauer”, di anonimo del 1464-88,con l’aggiunta di strati di colore e la variazione della foggia del cappello per farlo credere di Holbein, famoso e ricercatissimo artista inglese. Ad Holbein era attribuito anche l “Uomo con teschio”, fino a quando le analisi scientifiche hanno accertato che il supporto in legno su cui è realizzato è posteriore al 1543, anno della morte dell’artista. Non meno interessante è quanto si è scoperto con gli esami ai raggi infrarossi sulla “Madonna con Bambino ed Angeli”, del 1475 ca. Considerata da sempre opera di Domenico Ghirlandaio, si è appurato che è stata realizzata da  Andrea del Verrocchio, dalla sua scuola e del suo assistente Lorenzo di Credi. Questi avanzati esami scientifici permettono di riscoprire anche opere considerate perdute, come nel caso della “Madonna dei garofani” di Raffaello, della quale si conoscevano solo copie. Quando, però, uno studioso inglese notò in una raccolta privata un quadro che aveva molte attinenze con il capolavoro raffaellesco e ne chiese un esame scientifico, il risultato dimostrò l’autenticità dell’opera, riportando così alla luce un capolavoro che si credeva perduto. Le nuove scoperte scientifiche, quindi, e la collaborazione fra i conservator dei musei e gli scienziati consentono oggi di raggiungere una sempre più profonda conoscenza delle opere d’arte.   

22 aprile 2010